Allenarsi con il caldo: adattamento, performance e falso mito degli ormoni anabolici

Ci sono periodi dell’anno in cui allenarsi diventa quasi un atto di resistenza. L’aria è pesante, il sudore arriva prima ancora del riscaldamento, il battito sale più rapidamente, i carichi ci sembrano più ostili e anche una semplice corsa leggera può trasformarsi in una battaglia contro il corpo. Quando la temperatura esterna si muove tra i 30 e i 40 gradi, l’allenamento cambia natura: non è più soltanto stimolo muscolare, gesto tecnico o lavoro metabolico, ma diventa anche una sfida termica.

In questi momenti nasce spesso una domanda: allenarsi con il caldo fa bene? Può aumentare gli ormoni anabolici come testosterone e GH, come spesso si sente dire? È una strategia intelligente per migliorare la forma fisica o è solo l’ennesimo modo per trasformare la fatica in spettacolo?

Come spesso accade, la risposta non è né eroica né banale. Il caldo non è un nemico assoluto, ma nemmeno un alleato magico. È uno stressor: uno stimolo biologico potente, capace di produrre adattamenti, ma anche di peggiorare la performance, aumentare il rischio di disidratazione, anticipare la fatica e rendere meno qualitativo l’allenamento. La differenza non la fa il caldo in sé, ma il modo in cui viene utilizzato.

Nel linguaggio di Human Concept, il corpo è un sistema vivente da ascoltare. Allenarsi nel caldo può diventare una pratica intelligente se nasce da consapevolezza, gradualità e programmazione. Diventa invece una forma di ego travestito da disciplina quando lo facciamo solo per sentirci più duri, più resistenti, più “veri” degli altri. Perché il corpo, quando viene ignorato, non diventa più forte: prima o poi presenta il conto.

Cosa succede al corpo quando ci alleniamo con il caldo

Durante l’esercizio fisico, i muscoli producono calore. Anche in condizioni normali, una parte importante dell’energia generata dal corpo non viene trasformata in movimento, ma dispersa sotto forma di calore. Quando l’ambiente è fresco, il corpo riesce più facilmente a dissiparlo attraverso la pelle, la sudorazione e lo scambio termico con l’aria. Quando invece la temperatura esterna è alta, soprattutto se associata a umidità elevata, questo processo diventa molto più difficile.

Il corpo si trova così a dover gestire due richieste contemporanee: da una parte deve mandare sangue ai muscoli che stanno lavorando; dall’altra deve mandare sangue verso la cute per disperdere calore. Questo crea una competizione interna: il cuore deve lavorare di più, la frequenza cardiaca sale, la percezione della fatica aumenta e la capacità di mantenere la stessa intensità diminuisce.

Ecco perché, a parità di ritmo, una corsa fatta a 34 gradi può sembrare molto più dura della stessa corsa fatta a 18 gradi. Non sei improvvisamente fuori forma: il tuo organismo sta semplicemente pagando un costo termoregolatorio maggiore. Parte dell’energia che normalmente useresti per sostenere la performance viene dirottata verso la sopravvivenza fisiologica: raffreddarti, mantenere la pressione, preservare l’equilibrio dei liquidi, impedire che la temperatura interna salga troppo.

A questo si aggiunge la disidratazione. Con il caldo si suda di più, e con il sudore non perdiamo solo acqua, ma anche sodio e altri elettroliti. Una perdita eccessiva di liquidi riduce il volume plasmatico, cioè la parte liquida del sangue, rendendo più difficile trasportare ossigeno, nutrienti e calore. Il risultato è un cuore più affaticato, una temperatura interna più difficile da controllare e una performance meno stabile.

In termini semplici: il caldo aumenta il costo biologico dell’allenamento.

Il mito: caldo, GH e testosterone

Uno dei miti più diffusi è che allenarsi con il caldo possa aumentare in modo significativo gli ormoni anabolici, in particolare testosterone e ormone della crescita, rendendo l’allenamento più efficace per massa muscolare e composizione corporea.

La questione nasce da un fondo di verità: il caldo, l’esercizio intenso e alcune forme di stress fisiologico possono effettivamente modificare temporaneamente alcuni ormoni. Sauna, esercizio ad alta intensità e stress termico possono generare aumenti acuti di GH o variazioni di testosterone, cortisolo e altre molecole legate alla risposta allo stress. Il problema è interpretare questi cambiamenti come se fossero automaticamente sinonimo di crescita muscolare.

Non funziona così.

Gli aumenti ormonali acuti dopo l’allenamento sono spesso transitori. Possono durare minuti o poche ore, e non necessariamente si traducono in maggiore ipertrofia o maggiore adattamento. La crescita muscolare dipende soprattutto da tensione meccanica, volume allenante, prossimità al cedimento, progressione, recupero, disponibilità energetica, sonno e costanza. Gli ormoni sistemici contano, ma non nel modo semplicistico in cui spesso vengono raccontati.

In uno studio del 2024 su esercizio contro resistenza in ambiente caldo, il testosterone negli uomini aumentava dopo l’allenamento sia in condizioni calde sia temperate, ma non risultava più alto nel caldo rispetto alla condizione normale. Inoltre, l’aggiunta dello stress termico non spostava chiaramente la risposta endocrina in senso più anabolico, mentre aumentava la temperatura rettale e lo stress fisiologico complessivo [4].

Un altro studio su uomini non allenati ha osservato che una seduta di resistance training a circa 35°C aumentava cortisolo, HSP70 e IL-6, ma riduceva testosterone e IL-15 subito dopo l’esercizio. Gli autori concludevano che allenarsi in ambiente caldo non sembrava una scelta ideale per favorire adattamenti muscolari, almeno nel contesto studiato [5].

Questo non significa che il caldo sia “catabolico” in senso assoluto. Significa però che l’idea “più caldo = più ormoni anabolici = più muscolo” è una semplificazione sbagliata. Il caldo può aumentare lo stress, ma stress non significa automaticamente adattamento positivo. Uno stimolo diventa allenante solo quando il corpo riesce a recuperarlo e integrarlo.

Il caldo può avere benefici?

Sì, ma bisogna distinguere i benefici veri dai benefici immaginati.

Il beneficio più documentato dell’esposizione ripetuta al caldo è l’acclimatazione. Quando il corpo viene esposto in modo graduale e controllato ad allenamenti o ambienti caldi, sviluppa una serie di adattamenti: inizia a sudare prima, migliora la distribuzione del sangue verso la cute, riduce la frequenza cardiaca a parità di intensità, migliora la gestione dei liquidi e tollera meglio lo stress termico. In altre parole, diventa più efficiente nel funzionare al caldo [1].

Questo è particolarmente utile per chi pratica sport di endurance, sport di squadra, corsa, ciclismo, trekking, sport da combattimento o attività all’aperto. Se devi competere o allenarti in estate, acclimatarti al caldo ha senso. Il corpo non ama essere sorpreso. Se passi tutto il tempo in ambienti climatizzati e poi pretendi di correre a 36 gradi, il sistema va in allarme. Se invece lo esponi progressivamente, può adattarsi.

Un altro possibile beneficio riguarda la resilienza fisiologica. Il caldo stimola proteine da stress cellulare, come le heat shock proteins, coinvolte nella protezione delle cellule e nella gestione dei danni proteici. Questo è uno dei motivi per cui sauna, calore passivo e allenamento in ambiente caldo sono temi sempre più studiati. Tuttavia, è importante non saltare subito alla conclusione che “più caldo” significhi “più salute” o “più muscolo”. La fisiologia è sempre dose-dipendente: poco può stimolare, troppo può danneggiare.

Il caldo può anche aumentare la percezione mentale della fatica, e in alcuni casi allenarsi con caldo moderato può diventare una palestra di autoregolazione. Impari a ridurre l’intensità, a respirare meglio, a riconoscere i segnali, a non forzare quando il corpo ti sta dicendo che la giornata richiede un altro passo. Questo, paradossalmente, è uno degli insegnamenti più preziosi: il caldo ti costringe a smettere di ragionare solo in termini di prestazione assoluta e a iniziare a ragionare in termini di contesto.

Il problema: la performance cala davvero

Negli sport di resistenza, il caldo è uno dei fattori più penalizzanti. Non perché l’atleta sia debole, ma perché la fisiologia ha dei limiti. Quando la temperatura sale, aumentano il carico cardiovascolare, la temperatura interna, la sudorazione, la disidratazione e la percezione dello sforzo. Di conseguenza, il corpo tende a ridurre spontaneamente la potenza o il ritmo per proteggersi.

In un’analisi su 1258 gare di endurance, le condizioni migliori per la performance erano associate a valori di WBGT tra 7,5°C e 15°C, corrispondenti indicativamente a temperature dell’aria tra 10°C e 17,5°C. Per ogni grado di WBGT fuori da quell’intervallo, la performance tendeva a peggiorare dello 0,3-0,4% [6]. In un altro lavoro sulla performance ciclistica prolungata, le prove al caldo sopra i 30°C mostravano riduzioni medie della potenza attorno al 15% [7].

Questo dato è fondamentale perché libera molte persone da un senso di colpa inutile. Se con il caldo corri più piano, hai il battito più alto, fai più fatica a tenere il passo o senti le gambe vuote, non significa necessariamente che sei peggiorato. Significa che stai performando in condizioni più difficili.

Il caldo cambia il valore dello sforzo. Un ritmo facile in inverno può diventare medio in estate. Una seduta di zona 2 può trasformarsi in zona 3 se provi a tenere lo stesso passo. Un allenamento che sulla carta doveva essere rigenerante può diventare stressante solo per il contesto ambientale. In questi casi, insistere sul ritmo è spesso un errore. Meglio usare frequenza cardiaca, percezione dello sforzo e buon senso.

Allenarsi al caldo per fare i duri: quando diventa ego

C’è una cultura dell’allenamento che confonde la disciplina con la punizione. Secondo questa mentalità, più soffri, più vali. Più ti alleni in condizioni estreme, più dimostri carattere. Più ignori i segnali del corpo, più sei forte.

Ma questa non è forza. È spesso una forma di disconnessione.

Il corpo non diventa migliore solo perché lo metti in difficoltà. Diventa migliore quando gli dai uno stimolo adeguato, recuperabile e coerente con l’obiettivo. Allenarsi alle due del pomeriggio con 38 gradi per “sudare di più” non significa dimagrire di più. Significa perdere più liquidi. Il grasso corporeo non evapora con il sudore. Il sudore è un meccanismo di raffreddamento, non un indicatore di efficacia metabolica.

Allo stesso modo, cercare volontariamente il caldo estremo per aumentare GH e testosterone è una strategia fragile, perché confonde un segnale acuto con un adattamento reale. La domanda giusta non è: “quanto riesco a soffrire?” ma “questo stimolo mi sta portando nella direzione che voglio?”.

Se l’obiettivo è l’ipertrofia, la priorità è mantenere alta la qualità della seduta: carichi, tecnica, volume, recupero tra le serie, progressione. Se il caldo ti costringe ad abbassare drasticamente i carichi, riduce la concentrazione, peggiora la tecnica e aumenta il rischio di nausea, crampi o cali di pressione, allora non sta rendendo l’allenamento più anabolico. Lo sta rendendo semplicemente peggiore.

Se l’obiettivo è la resistenza, il caldo può essere usato in modo intelligente per acclimatarsi, ma va dosato. Le prime esposizioni devono essere più brevi, meno intense e più controllate. Il corpo ha bisogno di tempo per adattarsi: generalmente diversi giorni, spesso una o due settimane, a seconda del livello del soggetto, del clima e della frequenza di esposizione.

Cercare il fresco è da deboli?

No. Cercare il fresco può essere una scelta intelligente.

Allenarsi in un ambiente più fresco permette di esprimere meglio forza, potenza, tecnica e qualità del lavoro. Se devo fare una seduta pesante di squat, stacco o panca, oppure un lavoro tecnico ad alta intensità, allenarmi in condizioni più favorevoli non è debolezza: è programmazione. L’obiettivo dell’allenamento non è sempre massimizzare la sofferenza. A volte è massimizzare la qualità dello stimolo.

Questo vale anche per il cardio. Se voglio fare zona 2, la priorità è mantenere una determinata intensità fisiologica, non un determinato passo. Se con 35 gradi il cuore sale troppo, ha senso rallentare, camminare nei tratti meno esposti, scegliere orari più freschi o spostare la seduta indoor. Non stai barando, stai rispettando il bersaglio metabolico.

La maturità atletica sta proprio qui: capire quando usare il caldo come stimolo e quando ridurlo come interferenza. Un atleta intelligente non cerca sempre la condizione più dura. Cerca la condizione più adatta all’obiettivo della seduta.

Come allenarsi con il caldo in modo intelligente

La prima regola è modificare le aspettative. Con il caldo non devi necessariamente inseguire gli stessi numeri di quando ti alleni a 18 gradi. Puoi ridurre il volume, abbassare l’intensità, aumentare i recuperi o spostare l’allenamento in fasce orarie più favorevoli. Questo non è un fallimento: è autoregolazione.

La seconda regola è idratarsi con criterio. Non serve bere litri d’acqua in modo compulsivo, ma bisogna arrivare all’allenamento già idratati e reintegrare in base a sudorazione, durata e intensità. Se la seduta supera i 60-90 minuti, soprattutto se si suda molto, può avere senso introdurre sodio ed elettroliti. L’acqua da sola, in alcuni contesti, non basta.

La terza regola è osservare i segnali. Mal di testa, brividi, nausea, vertigini, confusione, pelle molto calda, crampi importanti, calo improvviso della performance o sensazione di “non essere lucidi” non sono dettagli da ignorare. Sono segnali di allarme. In questi casi bisogna fermarsi, raffreddarsi, mettersi all’ombra, bere con calma e, nei casi più gravi, chiedere aiuto.

La quarta regola è acclimatarsi gradualmente. Non si passa dal climatizzatore alla corsa sotto il sole di agosto come se nulla fosse. Il corpo ha bisogno di esposizioni progressive. Si può iniziare con sedute più brevi, a intensità più bassa, aumentando nel tempo durata e carico termico. L’obiettivo non è distruggersi, ma insegnare al corpo a gestire meglio il caldo.

La quinta regola è separare il lavoro dalla sfida mentale. Ogni tanto allenarsi in condizioni scomode può avere un valore psicologico. Ma non deve diventare la norma né una prova identitaria. L’allenamento è uno strumento di costruzione, non un tribunale morale.

Curiosità: sudare di più non significa bruciare più grasso

Una delle illusioni più dure a morire è l’idea che sudare di più significhi dimagrire di più. In realtà il sudore è soprattutto acqua ed elettroliti. Se dopo un allenamento molto caldo pesi un chilo in meno, nella maggior parte dei casi non hai perso un chilo di grasso: hai perso liquidi. Appena bevi e mangi, quel peso torna.

Il dimagrimento reale dipende dal bilancio energetico nel tempo, dalla qualità della dieta, dal mantenimento della massa muscolare, dal movimento quotidiano e dalla costanza. Il caldo può aumentare leggermente il costo cardiovascolare della seduta, ma non trasforma magicamente il sudore in lipolisi.

È interessante però osservare il valore simbolico del sudore. Nelle culture antiche, il sudore era spesso associato alla fatica, alla purificazione, al lavoro della materia su se stessa. Sudare ci fa sentire di aver attraversato qualcosa. Ma, come sempre, il simbolo non va confuso con il meccanismo. Il sudore racconta lo sforzo del corpo per raffreddarsi, non la quantità di grasso che stiamo perdendo.

Conclusione: il caldo come maestro, non come padrone

Allenarsi con il caldo può insegnare molto. Insegna che il corpo non vive nel vuoto, ma dentro un ambiente. Insegna che la performance non dipende solo dalla volontà, ma anche dalla temperatura, dall’umidità, dal sonno, dall’idratazione, dal recupero. Insegna che la disciplina vera non è ignorare i segnali, ma imparare a leggerli.

Il caldo può essere uno stimolo utile quando viene programmato: può favorire acclimatazione, tolleranza termica, adattamenti cardiovascolari e una maggiore consapevolezza dello sforzo. Ma non è una scorciatoia anabolica. Non basta soffrire di più per crescere di più. Non basta sudare di più per dimagrire di più. Non basta allenarsi nel disagio per diventare migliori.

Il corpo non va né viziato né maltrattato. Va educato. E l’educazione del corpo passa anche dalla capacità di distinguere il limite dalla pigrizia, la prudenza dalla paura, la disciplina dall’ego. Cercare il fresco quando serve è intelligenza. Esporsi al caldo quando ha senso è strategia. Forzare sempre, invece, è solo rumore.

Il caldo, come ogni elemento della natura, può diventare un maestro. Ma un maestro non va sfidato con arroganza: va ascoltato. Perché il ritorno a se stessi non passa dall’idea di dominare il corpo, ma dalla capacità di camminare insieme a lui, anche quando l’aria brucia e ogni respiro pesa un po’ di più.

Bibliografia

  1. Périard, J. D., Racinais, S., & Sawka, M. N. (2015). Adaptations and mechanisms of human heat acclimation: Applications for competitive athletes and sports. Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 25(S1), 20–38.
    DOI: https://doi.org/10.1111/sms.12408

  2. Périard, J. D., Eijsvogels, T. M. H., & Daanen, H. A. M. (2021). Exercise under heat stress: Thermoregulation, hydration, performance implications, and mitigation strategies. Physiological Reviews, 101(4), 1873–1979.
    DOI: https://doi.org/10.1152/physrev.00038.2020

  3. Racinais, S., Alonso, J. M., Coutts, A. J., Flouris, A. D., Girard, O., González-Alonso, J., Hausswirth, C., Jay, O., Lee, J. K. W., Mitchell, N., Nassis, G. P., Nybo, L., Pluim, B. M., Roelands, B., Sawka, M. N., Wingo, J. E., & Périard, J. D. (2015). Consensus recommendations on training and competing in the heat. British Journal of Sports Medicine, 49(18), 1164–1173.
    DOI: https://doi.org/10.1136/bjsports-2015-094915

  4. Pryor, J. L., Sweet, D. K., Rosbrook, P., Qiao, J. B., Looney, D. P., Mahmood, S., & Rideout, T. (2024). Endocrine responses to heated resistance exercise in men and women. Journal of Strength and Conditioning Research, 38(7), 1248–1255.
    DOI: https://doi.org/10.1519/JSC.0000000000004768

  5. Eskandari, A., Fashi, M., Saeidi, A., Boullosa, D., Laher, I., Ben Abderrahman, A., Jabbour, G., & Zouhal, H. (2020). Resistance exercise in a hot environment alters serum markers in untrained males. Frontiers in Physiology, 11, 597.
    DOI: https://doi.org/10.3389/fphys.2020.00597

  6. Mantzios, K., Ioannou, L. G., Panagiotaki, Z., Ziaka, S., Périard, J. D., Racinais, S., Nybo, L., & Flouris, A. D. (2022). Effects of weather parameters on endurance running performance: Discipline-specific analysis of 1258 races. Medicine & Science in Sports & Exercise, 54(1), 153–161.
    DOI: https://doi.org/10.1249/MSS.0000000000002769

  7. Junge, N., Jørgensen, R., Flouris, A. D., & Nybo, L. (2016). Prolonged self-paced exercise in the heat: Environmental factors affecting performance. Temperature, 3(4), 539–548.
    DOI: https://doi.org/10.1080/23328940.2016.1216257

  8. Mitchell, C. J., Churchward-Venne, T. A., Bellamy, L., Parise, G., Baker, S. K., & Phillips, S. M. (2013). Muscular and systemic correlates of resistance training-induced muscle hypertrophy. PLOS ONE, 8(10), e78636.
    DOI: https://doi.org/10.1371/journal.pone.0078636

Simone Gravina

Dottore in Scienze Motorie, Chinesiologo, Personal Trainer e Nutrition Strategist

Con un forte background nelle scienze motorie, nella strategia nutrizionale e con una profonda passione per la valorizzazione delle persone, ha fondato Human Concept, un progetto innovativo che integra diverse discipline unendo fitness, filosofia, storia antica e scienza moderna. La sua missione è aiutare le persone a raggiungere il loro pieno potenziale, non solo fisico, ma anche mentale e spirituale. Attraverso percorsi personalizzati di allenamento e consulenza nutrizionale, e con un'attenzione particolare alla crescita personale, il suo metodo si distingue per un equilibrio tra rigore scientifico e intuizione filosofica.

https://www.humanconcept.it
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